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    Ponte Brolla, Ticino - CH Castillon, Alpes Maritimes - FRA Cornalba (BG) - ITA Ponte Brolla, Ticino - CH
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    sabato, 27.10.2012

    Tre amici decidono di passare una bella giornata di arrampicata in falesia, sole, vento,  bella temperatura, tutti ingredienti per divertirsi facendo un bellissimo sport immersi nelle natura. Potremmo essere in una qualsiasi falesia, ma questa volta siamo a Finale Ligure, uno dei tempi dell’arrampicata italiana, dove si sono scritte pagine di storia riguardanti l’arrampicata sportiva nello stivale. Anche la storia che vi voglio raccontare oggi rientrerà nella storia di questo luogo, a mio avviso però, assolutamente da non imitare.

    L’arrampicata sportiva negli ultimi anni ha visto un incremento degli appassionati in maniera esponenziale, questo è dovuto alla nascita delle strutture artificiali, dove soprattutto nelle città hanno creato un bacino enorme di praticanti. Se questo è stato un bene per il nostro sport, il rovescio della medaglia è stato l’aumento anch’esso esponenziale degli incidenti in falesia, dovuti soprattutto alla scarsa preparazione tecnica dei fruitori di questi luoghi. Un altro aspetto legato alle sale è quello che un arrampicatore arriva in palestra da solo e cerca sul luogo un compagno di scalata, o se preferiamo un assicuratore per fare due tiri, esportando poi questa abitudine anche all’ambiente falesia. Di questo problema Andrea Gennari Daneri aveva già scritto un bel editoriale sulla sua rivista Pareti, (per chi è interessato può leggerlo a questo link: http://www.gennaridaneri.com/index.php?fl=4&op=mcs&id_cont=161&eng=Legal ). L’articolo di Andrea parlava di due persone che probabilmente non si conoscevano e che si sono ritrovati per caso a passare una giornata di arrampicata insieme, finita in maniera tragica.

    A Finale i tre amici si conoscono abbastanza bene, partono da Genova, arrivano in falesia e cominciano la loro giornata di arrampicata. Il primo dei tre fa una via, si accorge che il tiro è molto lungo, avvisa il socio e si cala, Gil il mio amico e socio di tante scalate, divenuto famoso nel video di “Mortal Kombat”, giusto per inquadrare il personaggio, nel frattempo si prepara con calma e fa qualche telefonata. L’arrampicatore che ha fatto sicura parte anche lui per il tiro di riscaldamento, usa la sua corda, non da a Gil nessun particolare comando riguardo la lunghezza della via, convinto che arrivi a terra tranquillo, invece quando è a un metro da terra si sfila dal gri-gri, cade a terra e si rompe una caviglia. Una disattenzione che poteva finire decisamente peggio, che per fortuna si è conclusa con un piccolo incidente.

    Conoscendo Gil da più di vent’anni so per certo che ci è rimasto malissimo, tornando a Genova oltre a scusarsi per l’accaduto, dice all’amico che si è appena fatto male che è disposto ad accompagnarlo al lavoro, e rimborsarli tutte le spese mediche che dovrà affrontare. “L’amico”, che tra un attimo capirete perché è stato virgolettato, prima dice a Gil di non preoccuparsi, salvo poi fargli recapitare da un avvocato un accusa di provocato danno e di risarcimento.

    Lasciando perdere la dinamica dell’incidente, che oramai è a discrezione del giudice, mi voglio soffermare sull’aspetto etico della questione. Secondo me l’arrampicata sportiva è uno sport individuale che però si fa in coppia, quindi si forma una cordata, termine importato dall’alpinismo, di cui l’arrampicata sportiva è figlia, anche se col passare degli anni si è un po’ perso questo significato,  la cordata a sua volta è formata da un capocordata e da un secondo di cordata, o compagno. Il termine capocordata non è stato messo li a caso, ma serve a dare un compito ben preciso a chi si prende la responsabilità di portare in sosta una corda, quindi compito di un capocordata è quello di dare ordini ben precisi e che non possono essere fraintesi al compagno, per fare in modo che tutto venga fatto in sicurezza. Se questo non avviene si può rompere qualcosa nel meccanismo dell’assicurazione e può capitare un incidente.

    Trovo quindi veramente deplorevole il comportamento dell’ “amico”, concludendo con un messaggio agli arrampicatori: Si è sempre pensato alla scalata come un attività dall’alto valore umano e etico, forse anche la nostra attività si sta adattando all’andamento di questo periodo storico, dove siamo sempre più circondati da furbetti, cosa ne pensate?