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Verdon
Pubblicato su Montebianco outdoor Aprile 2001

In Europa esiste un posto, che più di altri ha fatto sognare generazioni d'arrampicatori.
E' il Verdon, un canyon di roccia compattissima, un calcare levigato per secoli dall'acqua, ora terreno ideale per il popolo arrampicante.
La prima volta che sono stato in Verdon sono rimasto impressionato dal vuoto, infatti, a differenza delle altre falesie, dove di solito si ha un impatto visivo dal basso verso l'alto, qui si posteggia la macchina sul bordo del canyon, e la prima volta che si guarda in basso si ha quasi un giramento di testa. Ma anche quando si comincia ad arrampicare le cose sono molto differenti... per cominciare a salire un via bisogna prima scendere all'attacco, avere la certezza di essersi calati sull'itinerario giusto e poi cominciare a risalirlo.

E' molto importante non sbagliare l'itinerario perché in caso ci trovassimo su una via al di sopra delle nostre capacità non sapremmo più in grado di tornare alla sommità, e su certi itinerari è impossibile tornare indietro, o calarsi fino alla base del canyon. I primi arrampicatori arrivarono in Verdon negli anni sessanta, ma per avere la prima via nel canyon si dovette aspettare il 1968 con la via degli "Enragés" (arrabbiati). Con quest'itinerario si iniziò a valorizzare il c

Nella primavera del 1976 Stephane Troussier e Christian Guyomar si calano dal bordo del canyon per fare una via dalla terrazza mediana, e ciò che oggi è assolutamente normale fece cambiare il modo di vedere il Verdon. Le placche più lisce potevano essere ispezionate e, come logica conseguenza, gli apritori cominciarono ad attrezzare le vie dall'alto, quindi non più partendo dalla base per salire verso l'ignoto, ma attrezzando la via e trovando una linea di salita mentre si scendeva. L'avventura era finita. Jean-Claude Droyer, un precursore dell'arrampicata libera in Francia, scatenò in Verdon una forte polemica per convincere gli arrampicatori a salire senza usare le protezioni per la progressione, ma solo per l'assicurazione. In questa polemica fu appoggiato dagli inglesi Ron Fawcett e Pete Livensey, con cui liberò numerosi passaggi di artificiale, e portò dalla sua parte numerosi climber.

Con l'avanzare del concetto di "libera", si comincia a ricercare la difficoltà pura, e le vie corte sul bordo della falesia si moltiplicano, con esse cresce anche l'uso dello spit, che diventa sistematico, e il Verdon diventa uno dei primi luoghi d'arrampicata al mondo equipaggiato a spit. Negli anni ottanta poi il trapano arriva nelle falesie di tutto il mondo, e in Verdon grazie ad esso cresce il numero di itinerari, ma il canyon diventa superaffollato e cominciano a nascere problemi. Molti si infortunano sugli itinerari, e nel corpo dei pompieri si formano squadre di sicurezza per gli interventi in falesia.

La fama di questo bellissimo posto aumenta anche grazie ai film che fecero conoscere il verdon al grande pubblico, tra cui i più famosi sono quelli di Patrick Edlinger e Catherine Destivelle. Dopo di loro anche molti forti arrampicatori stranieri come Moffat, Sheppard, Manolo e Atkinson lasciano il segno del loro passaggio.
Oggi in Verdon si continua ad arrampicare e a sognare. Fatta eccezione per alcuni settroi, il canyon non è certo saturo. Ogni tanto nasce una via nuova, e si comincia a richiodare i vecchi itinerari, creando nuovi spunti di riflessione: è giusto sistemare le linee più pericolose, o è meglio lasciarle come terreno d'avventura anche per le generazioni future?
Forse è venuta l'ora di rimettere in discussione la nostra attività per dare spazio a tutti, anche alle prossime generazioni.


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